Microsoft vola +26%, per Goldman è la migliore: L’IA l’ha scelta già da un mese
I mercati avranno oggi diversi spunti importanti su cui ragionare, sia dal fronte americano che da quello europeo. Negli Stati Uniti l’attenzione si concentrerà soprattutto sull’Employment Cost Index del secondo trimestre. Si tratta di un indicatore molto seguito dalla Fed perché fotografa l’evoluzione reale dei costi del lavoro (salari e benefit). Dopo mesi in cui le pressioni salariali sono rimaste piuttosto rigide, un rallentamento rispetto al trimestre precedente sarebbe accolto con sollievo, perché rafforzerebbe l’idea che l’inflazione stia tornando sotto controllo. Al contrario, una sorpresa al rialzo potrebbe far capire che la battaglia contro l’inflazione è ancora lontana dall’essere vinta. A completare il quadro ci saranno il Chicago PMI, che ci dirà come sta andando il manifatturiero nella regione più industriale del Paese e la lettura finale della fiducia dei consumatori dell’Università del Michigan, con le attese di inflazione a un anno e a cinque anni. Questi dati aiuteranno a capire se i consumatori americani stanno mantenendo un atteggiamento ottimista nonostante i prezzi dell’energia più alti.
Sul fronte europeo, invece, il dato clou sarà l’inflazione flash di luglio per l’Eurozona. Dopo il recente rialzo dei tassi da parte della BCE, gli investitori vogliono capire se le pressioni sui prezzi si stanno davvero allentando, soprattutto per l’inflazione depurata delle componenti più volatili. Un dato in calo darebbe maggiore margine di manovra alla BCE, mentre una sorpresa al rialzo complicherebbe invece le cose, soprattutto in un momento in cui i prezzi dell’energia stanno di nuovo salendo per le tensioni in Medio Oriente.
Oggi avremo quindi un assaggio di come stanno evolvendo due temi centrali in questo momento: la tenuta del mercato del lavoro e dei salari negli USA da una parte e il percorso di disinflazione in Europa dall’altra. Dati migliori delle attese favorirebbero un tono più costruttivo sui mercati, mentre sorprese negative potrebbero aumentare la volatilità in un contesto già reso complicato dalle tensioni geopolitiche.
Il dato preliminare del PIL USA del 2Q26 ci dice parecchio su come sta andando l’economia e cosa possiamo aspettarci nella seconda metà dell’anno. Il PIL è cresciuto dell’1,5% annualizzato, in rallentamento rispetto al +2,1% del 1Q26 e sotto le aspettative della maggior parte degli analisti. A prima vista sembra un po’ deludente, ma se guardiamo sotto il cofano il quadro è decisamente più solido. I consumi delle famiglie sono andati molto bene (+3,2%), accelerando nettamente rispetto al trimestre precedente. Anche gli investimenti delle imprese sono stati robusti, trainati soprattutto dalla tecnologia, dall’AI e dalle attrezzature. In pratica, la domanda interna privata sta tirando con decisione.
I freni principali sono arrivati dalle importazioni (che sono schizzate) e dalle scorte delle aziende, due elementi che spesso creano distorsioni temporanee. Non è quindi un’economia che sta frenando bruscamente, ma anzi sotto la superficie la crescita della domanda è sana. Il rallentamento del dato complessivo è dovuto più a fattori tecnici e all’effetto residuo dei prezzi energetici alti legati alle tensioni in Medio Oriente. Per il 2H26 gli economisti si aspettano una crescita intorno al 2% annuo. Non sarà un fuoco d’artificio, ma un’espansione moderata e sostenibile, sostenuta proprio dagli investimenti in AI, dai consumi che dovrebbero reggere (soprattutto se i prezzi della benzina si calmano) e da un mercato del lavoro ancora abbastanza stabile
I rischi ovviamente ci sono. Un nuovo peggioramento della situazione geopolitica potrebbe far risalire di nuovo l’energia e pesare sulle famiglie, mentre i tassi alti e l’incertezza commerciale restano un freno. Però, nel complesso, l’economia americana entra nella seconda metà dell’anno in condizioni decenti. Certo, non esaltanti ma nemmeno preoccupanti. Una crescita “da crociera” intorno al 2% sembra quindi l’ipotesi più probabile.
Il PIL dell’Italia del 2Q26 moderatamente positivo – soprattutto alla luce del contesto economico attuale - e superiori alle attese degli analisti, visto il conflitto in Medio Oriente e i rincari energetici. Un +0,2% nel secondo trimestre (dopo il +0,3% del primo) e un +1% tendenziale rappresentano un rallentamento lieve ma non un crollo e la revisione della crescita acquisita per il 2026 allo 0,8% (da 0,6%) è una buona notizia, perchè significa che anche se nei prossimi mesi crescessimo zero, chiuderemmo l’anno meglio di quanto previsto il trimestre scorso. In parte di può anche parlare di ripresa, visto che l’economia italiana sta dimostrando resilienza e sta facendo meglio di molte previsioni degli analisti. Non è quindi un boom, ma nemmeno un segnale di declino. È una tenuta dignitosa in acque agitate.
Per la seconda metà dell’anno ci aspettiamo una crescita moderata e cauta. La base acquisita allo 0,8% è un buon punto di partenza e molti analisti stanno rivedendo le previsioni al rialzo. Tuttavia, è probabile che il profilo sarà discontinuo. I prezzi energetici ancora alti, l’incertezza geopolitica e una possibile prudenza degli investimenti (causa aspettative di aumento dei tassi) potrebbero pesare, soprattutto sull’industria. Se il conflitto si stabilizza, potremmo invece vedere un piccolo rimbalzo. Viceversa, la seconda parte dell’anno rimarrà decisamente debole.
La domanda diventa quindi che cosa occorre fare pere rendere stabile e duratura la crescita. Riteniamo che le priorità debbano essere indirizzate ad una crescita più robusta e duratura, che significa sostenere l’industria con misure sul costo dell’energia, accelerazione degli investimenti del PNRR, semplificazioni e politica industriale mirata sulle filiere strategiche. Occorre alzare la produttività investendo su formazione, innovazione, digitalizzazione e attrazione di capitali esteri. Ma anche ridurre il cuneo fiscale e sostenere i redditi delle famiglie per mantenere vivi i consumi senza gonfiare il deficit.
E non dimentichiamo il risanamento dei conti pubblici, ma in modo intelligente (spending review, lotta all’evasione, efficienza della PA) per guadagnare credibilità sui mercati e liberare risorse. Last but not least, diversificare le fonti energetiche e rafforzare la resilienza delle catene di fornitura. In altre parole, occorre capitalizzare la resilienza attuale per affrontare i nodi strutturali, che si chiamano troppa dipendenza da alcuni settori, produttività bassa e vulnerabilità esterna. Se si agisce in questa direzione, il 2026 può essere l’anno di transizione verso una crescita più solida per gli anni a venire. Altrimenti, rischiamo di accontentarci di una crescita “a singhiozzo”, come abbiamo purtroppo già visto negli scorsi anni.
Il calo del settore Technology globale tra l’inizio di giugno e metà luglio ha evidenziato una netta linea di demarcazione all’interno dei mercati azionari internazionali. In questo periodo l’Europa è stata la leader globale, i mercati asiatici emergenti sono risultati di gran lunga i più deboli, mentre Stati Uniti e Giappone si sono posizionati a metà strada. Questa performance è stata l’immagine speculare di quanto accaduto nell’intero 2026 fino ad ora, periodo in cui la leadership tecnologica ha spinto la sovraperformance dei mercati emergenti e ha fatto rimanere l’Europa in coda. Ciò sottolinea l’importanza attuale del settore Technology per i rendimenti relativi sui mercati internazionali, considerata la forte disparità nelle ponderazioni di capitalizzazione regionale.
L’esposizione al Technology (inclusi le piattaforme internet classificate nei settori Communication Services e Consumer Discretionary) rappresenta ora il 50% dell’indice benchmark MSCI Emerging Markets (EM) e il 60% dell’Asia emergente, con il solo gruppo industriale dei semiconduttori che costituisce il 35% delle azioni dei mercati emergenti (e il 42% dell’Asia emergente). Al contrario, l’esposizione al settore Technology in Europa è pari solo al 10%. Infatti, dall’inizio del 2025, l’indice MSCI EM ha battuto il benchmark complessivo dei mercati sviluppati ex-USA (MSCI World ex-U.S.) nel 70% delle settimane in cui il settore Technology globale è salito più dell’indice azionario mondiale complessivo (MSCI All-Country World).
Una domanda chiave per i mercati internazionali nella seconda metà dell’anno sarà quindi se l’avanzata dei mercati legati alla tecnologia possa continuare, in particolare nei segmenti upstream legati agli investimenti nei data center per l’Intelligenza Artificiale. Sarà importante monitorare i piani di investimento dei grandi operatori cloud (hyperscalers), il potere di pricing nelle parti critiche della catena di fornitura — come memoria, foundry e attrezzature per semiconduttori — e, in ultima analisi, la domanda finale da parte degli utenti per modelli e applicazioni sviluppate. Una più ampia adozione dell’AI e un aumento dei casi d’uso applicativi permetterebbero probabilmente di estendere la partecipazione al mercato anche più a valle all’interno del settore, inclusa la Cina.
La quota di capitalizzazione della Cina nell’indice MSCI EM si è dimezzata negli ultimi cinque anni, ma rimane comunque vicina al 20%, posizionandosi come terzo mercato più grande dopo Taiwan e Corea. Pur considerando la possibilità di ulteriori episodi di volatilità come quelli vissuti nelle ultime settimane, i guadagni più ampi del settore tech dovrebbero continuare a favorire i mercati emergenti (EM) e l’Asia rispetto all’Europa.
Il ritorno di vincoli nell’offerta energetica in Medio Oriente rappresenta comunque un rischio crescente per i mercati europei e asiatici. Entrambi dipendono in larga misura da petrolio e gas importati per il loro fabbisogno energetico primario, con l’Asia che è più direttamente esposta alle spedizioni dal Medio Oriente. Sebbene entrambi i mercati siano riusciti a resistere alle interruzioni di produzione, trasporti e prezzi durante la prima fase del conflitto in Iran, la nuova escalation di luglio potrebbe rivelarsi più impegnativa qualora dovesse protrarsi nelle settimane e nei mesi a venire.
I benchmark MSCI Europe e MSCI Emerging Asia hanno corretto del 10% – 15% a marzo, in seguito allo scoppio iniziale del conflitto, per poi rimbalzare nel secondo trimestre nonostante i prezzi dell’energia più elevati, grazie all’adattamento dell’attività nel settore. I singoli Paesi hanno potuto attingere alle proprie riserve nazionali di petrolio. In particolare la Cina (di gran lunga il maggiore importatore globale di energia) ha ridotto le sue importazioni di petrolio di circa il 40%, riportandole ai livelli del 2016, quando la sua economia era grossomodo la metà di quella attuale. I volumi di esportazione di petrolio e gas sono stati dirottati verso la costa del Mar Rosso dell’Arabia Saudita.
Tuttavia, è improbabile che queste tre fonti di sollievo offrano lo stesso cuscinetto ai mercati nella fase attuale del conflitto. Secondo l’International Energy Agency, le scorte globali osservate di petrolio sono state ridotte di oltre 300 milioni di barili tra marzo e giugno. A seconda della volontà di ulteriore riduzione delle proprie riserve domestiche, la domanda cinese di importazioni di petrolio potrebbe iniziare a risalire dai livelli depressi attuali.
Inoltre, i rischi per le esportazioni energetiche attraverso il Mar Rosso potrebbero costringere a dirottare i volumi stimati di 5,4 milioni di barili al giorno di petrolio e 2,9 miliardi di piedi cubi al giorno di gas naturale liquefatto (LNG) che transitavano attraverso quella rotta nel primo trimestre del 2026, secondo la U.S. Energy Information Administration.
Resta inoltre da capire come le autorità monetarie globali reagiranno a un’inflazione headline più elevata, spinta dal recente aumento dei prezzi energetici. Tassi di interesse più alti potrebbero rappresentare un ostacolo aggiuntivo per i mercati azionari internazionali nel caso in cui le banche centrali fossero costrette a inasprire la politica monetaria.
Gli analisti mantengono al momento una visione favorevole sui mercati emergenti (EM) rispetto all’Europa, ma continuano a valutare attentamente l’impatto potenziale dei cambiamenti nell’ambiente macroeconomico legati a questi due temi cruciali: tecnologia ed energia. La nostra opinione sui mercati sviluppati regionali di minori dimensioni rimane invariata e si è ulteriormente rafforzata dai recenti sviluppi locali. Come nell’Europa continentale, restiamo cauti sul mercato britannico, soprattutto alla luce del cambio di leadership governativa di questo mese. Sebbene il partito al governo sia rimasto lo stesso e la sua piattaforma ufficiale non sia cambiata, il nuovo Primo Ministro è atteso perseguire un’agenda politica più redistributiva e ha suggerito di introdurre maggiore flessibilità nelle regole di bilancio nazionali, con il potenziale aumento delle aliquote fiscali in futuro. L’evoluzione del quadro fiscale sarà quindi importante da monitorare nei prossimi mesi per eventuali deterioramenti nella percezione degli investitori sul mercato locale.
Allo stesso tempo, rimaniamo costruttivi sul Giappone. Data la sua dipendenza dalle importazioni di petrolio dal Medio Oriente, il mercato giapponese affronta rischi simili a quelli di gran parte dell’Asia emergente in caso di ulteriore stretta nell’offerta energetica globale dalla regione. Inoltre, seppur in misura minore, dovrebbe rimanere sensibile alla volatilità del settore Technology, vista la sua esposizione hardware a gruppi industriali come attrezzature per semiconduttori e componenti elettronici. Ciò nonostante, continuiamo a vedere supporti strutturali derivanti dall’impiego di liquidità aziendale a favore degli azionisti (tramite buyback, dividendi e acquisizioni), oltre all’espansione fiscale proveniente dalla nuova amministrazione e sia il sostegno competitivo che l’effetto positivo di traslazione sui profitti esteri grazie alla debolezza dello yen.
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