Microsoft vola +26%, per Goldman è la migliore: L’IA l’ha scelta già da un mese

C’è una cosa strana che è successa in Cina la settimana scorsa, ed è il tipo di dettaglio che passa inosservato nei titoli di giornale ma che, se ci pensi bene, dovrebbe farti fermare un istante.
Per la prima volta nella storia della seconda economia del mondo, il fondo più grande in cui i cittadini comuni parcheggiano i propri risparmi non è più un fondo azionario. È un ETF sull’oro.
Il Huaan Yifu Gold ETF ha superato il Huatai-PineBridge CSI 300 ETF (l’equivalente cinese di un fondo sull’S&P 500), diventando così il più grande del paese, con circa 13 miliardi di dollari contro 12.
E il dettaglio che rende questa storia inquietante, non semplicemente curiosa, è il momento in cui è avvenuto: mentre il prezzo dell’oro perdeva il 12% solo nel mese di giugno, il peggior calo mensile da quasi vent’anni.
La gente comune, di solito, compra quando i prezzi salgono e vende quando scendono.
Qui è successo l’esatto contrario e su grossa scala.
Quando un intero paese si comporta al contrario del manuale, di solito significa che qualcuno gli ha detto qualcosa che noi non sappiamo ancora.
Ecco perché è così importante capire cosa succede.

I numeri che non lasciano dubbi

Prima di raccontarti la teoria, guardiamo i fatti, perché già parlano da soli.
La Banca Popolare Cinese ha comprato oro per venti mesi consecutivi, la striscia più lunga almeno dal 2015.
Solo a giugno ha aggiunto 480.000 once — circa 15 tonnellate — il mese più forte da ottobre 2023.
Le riserve ufficiali cinesi hanno ormai superato le 2.346 tonnellate, e nel solo 2026 gli acquisti dichiarati hanno già superato le 40 tonnellate, ben oltre l’intero anno 2025.
E qui c’è il dettaglio che rende tutto ancora più significativo: la banca centrale ha accelerato proprio nel trimestre in cui l’oro perdeva circa il 16% dai massimi.
Se lo stessero facendo per fare un guadagno rapido, comprerebbero durante un escalation di prezzo verso l’alto, cavalcando il trend, non andandoci contro.
Invece stanno accumulando in modo sistematico, indipendentemente dal prezzo.
Questo è il comportamento di chi non sta scommettendo su un rimbalzo di breve periodo, ma di chi sta costruendo qualcosa che pensa reggerà per decenni.

Il piano che ha 234 anni

Per capire davvero cosa sta succedendo, devo portarti indietro nel tempo, e non di dieci anni, ma di due secoli e più.
Il 5 dicembre 1791, Alexander Hamilton — il primo Segretario al Tesoro degli Stati Uniti (quello sulla banconota da 10 dollari) — si presenta davanti al Congresso con un piano.
All’epoca l’America era, di fatto, una startup con quattro milioni di abitanti, quasi tutti contadini, zero fabbriche, dipendente per ogni strumento e ogni arma dall’Impero Britannico contro cui aveva appena combattuto per liberarsi.
Hamilton disse, in sostanza, una cosa semplice:
“Un paese che non riesce a produrre ciò di cui ha bisogno non è davvero indipendente, non importa cosa dica la sua costituzione.“
Il suo piano aveva dunque due gambe:

  • dazi sulle merci straniere per proteggere l’industria nascente
  • sussidi diretti per farla crescere fino a diventare competitiva da sola.


Questo modello è diventato il sistema operativo americano per un secolo e mezzo, trasformando una nazione di agricoltori nella più grande potenza industriale della storia.
Ed è interessante notare che questa non è solo storia da libro di testo che ti racconto per farmi “figo”, ma una parte cruciale di ciò che avviene oggi.
Infatti, il 23 giugno 2026, il Segretario al Tesoro americano Scott Bessent ha pubblicato un editoriale sul Wall Street Journal, con un titolo che non lascia spazio a dubbi: “Hamilton inspira l’economia di Trump”.
In questo editoriale Bessent cita esplicitamente Hamilton, scrivendo che ogni nazione dovrebbe possedere al proprio interno gli elementi essenziali per il proprio approvvigionamento.
Duecentotrentaquattro anni dopo, lo stesso schema torna sul tavolo, applicato agli Stati Uniti di oggi.

Come muoiono gli imperi

Ma ogni ricetta che funziona porta con sé il seme della sua fine, e la storia lo dimostra con una regolarità quasi meccanica.
Nel 1846, la Gran Bretagna era all’apice del suo potere industriale e militare e fece quello che fanno tutti i vincitori a un certo punto: smise di proteggersi e cominciò a predicare il libero scambio al resto del mondo — perché a quel punto aveva già vinto e non le serviva più la protezione.
Lentamente, nei decenni successivi, le fabbriche britanniche cominciarono a spostarsi altrove, l’economia si finanziarizzò, passando dal produrre cose reali al muovere carta.
Nel 1931 l’Impero Britannico, di fatto, aveva ceduto il testimone globale agli Stati Uniti.
Passarono ottantacinque anni dal picco al crollo, un processo troppo lento per essere visto mentre accade, ma inesorabile una volta completato.
Per gli Stati Uniti, quel momento simmetrico si può datare al 1971, quando Nixon staccò il dollaro dall’oro.
Da lì è iniziata la stessa finanziarizzazione: meglio comprare le proprie azioni che pagare operai americani, meglio esternalizzare in paesi a basso costo che investire in fabbriche a casa.
Il risultato, cinquant’anni dopo, è un paese ricco sulla carta ma incapace di produrre in proprio molte delle cose di cui avrebbe bisogno in un’emergenza — comprese, potenzialmente, alcune componenti della propria difesa.
In questo scenario i prezzi dei beni di consumo scendono ma quelli dei servizi interni crescono (come visibile nella foto qui sotto).

Il triangolo che non si può chiudere

Qui entra in gioco la tesi dell’economista Luke Gromen, uno degli analisti macro più seguiti nel campo, ed è la parte che rende tutto il resto un mosaico coerente.
Bessent, nel suo editoriale di giugno, ha delineato una visione che punta a tre obiettivi insieme:

  • ricostruire le fabbriche americane
  • proteggere il potere d’acquisto della classe media
  • mantenere un dollaro forte.


Il problema è che questi tre obiettivi non possono coesistere tutti allo stesso tempo.

  • Se vuoi le fabbriche e vuoi proteggere i consumatori, il dollaro deve svalutarsi, perché è un dollaro troppo forte a rendere l’industria americana non competitiva.
  • Se vuoi proteggere i consumatori e mantenere il dollaro forte, le importazioni continuano ad arrivare e le fabbriche non tornano mai — è esattamente l’accordo implicito degli ultimi cinquant’anni.
  • Se vuoi fabbriche e dollaro forte, i dazi fanno esplodere i prezzi e la classe media paga il conto in inflazione.


Un triangolo in cui puoi tenere due vertici, ma il terzo, prima o poi, cede.
Ma Bessent non è stupido e secondo i movimenti storici e le interviste raccolte, è probabile che il vertice sacrificato sarà quasi certamente quello del dollaro forte, ma potenzialmente gestito attraverso una valvola di sfogo neutrale che assorbe l’aggiustamento senza far collassare tutto il sistema.
Bitcoin potrebbe giocare un ruolo, ma l’oro ha già svolto quel ruolo per millenni.

La profezia che nessuno volle sentire

Facciamo un altro salto indietro, questa volta al marzo 2009.
Il mondo è nel caos post-Lehman, la Federal Reserve stampa moneta senza sosta per salvare il sistema finanziario occidentale, e la Cina, che tiene trilioni di dollari in debito americano, guarda tutto questo allibita.
In quello scenario scrive un paper ufficiale della propria banca centrale intitolato “Riforma del sistema monetario internazionale”.
Il documento cita John Maynard Keynes e la sua idea del Bancor, proposta a Bretton Woods nel 1944.
Il Bancor ipotizzato da Keynes consisterebbe in una valuta virtuale neutrale, ancorata a un paniere di materie prime, che avrebbe penalizzato sia i surplus commerciali eccessivi sia i deficit eccessivi, impedendo a chiunque di sfruttare sistematicamente qualcun altro.
In altre parole il tuo paese poteva commerciare con altri tenendo il conto in “bancor” anziché nella tua valuta locale e se avessi esportato più di quanto importavi, allora saresti stato in surplus e dovevi pagare una penalità, viceversa saresti stato in deficit, pagando ancora una volta una penalità.
L’obiettivo sarebbe quello di mantenere un equilibrio tra import ed export dei singoli stati, impedendo la delocalizzazione della produzione e l’importazioni di beni che non ci si può produrre, sostanzialmente.
Ma nel 1944 gli Stati Uniti avevano un surplus enorme e bocciarono l’idea senza troppi complimenti — non gli conveniva un sistema che punisse i surplus.
Nel 2026, sono gli Stati Uniti ad avere il deficit enorme e sono proprio i funzionari americani che riportano sul tavolo queste idee.
Bessent cita prima Hamilton e poi Keynes, il rappresentante commerciale americano parla a Davos delle idee di Keynes lasciate fuori da Bretton Woods e riporta in vita gli stessi argomenti che la Cina aveva sollevato diciassette anni fa nel silenzio generale.
La ruota gira.

Il numero che fa girare la testa

Arriviamo al calcolo che sta circolando tra gli analisti macro e che, va detto con chiarezza, resta una stima teorica basata su un modello, non una previsione certa: 38.000 dollari all’oncia.
Lo so che è dall’inizio che aspetti questo momento, ma era importante condividere con te il contesto in cui tutto questo accade.
La logica dietro questo numero funziona così:
Il surplus commerciale cinese si aggira intorno ai $1.200 miliardi l’anno.
Le importazioni fisiche di oro della Cina, secondo le stime più recenti, si attestano attorno a diverse centinaia di tonnellate annue.
Se dividi il surplus commerciale per le tonnellate di oro importate, ottieni il prezzo teorico a cui l’oro dovrebbe attestarsi per fungere davvero da riserva neutrale capace di ribilanciare gli squilibri commerciali mondiali.
L’idea di Keynes del 1944, ripresa dalla Cina nel 2009, poi dalla Banca Mondiale nel 2010, dall’ex capo economista del FMI nel 2016, e oggi, sorprendentemente, dall’establishment economico americano stesso.
A 4.000 dollari, oggi, l’oro è semplicemente troppo “piccolo” per svolgere quel ruolo di riserva neutrale su scala globale.
Ma se il mondo si sta davvero muovendo verso un sistema in cui l’oro torna a essere l’ancora reale degli scambi internazionali, il prezzo dovrebbe salire di un ordine di grandezza per riflettere quella funzione.
E qui la mossa cinese del 24 luglio, la chiusura del trading a leva sull’oro cartaceo per i clienti retail delle grandi banche, di cui ho parlato in questo articolo qui.
Se sai che l’oro sta per diventare la riserva reale del sistema, l’ultima cosa che vuoi è un mercato di carta gonfiato che ne comprime artificialmente il prezzo.
Vuoi che i tuoi cittadini tengano il metallo fisico vero, non promesse su un pezzo di carta.
C’è anche un altro dettaglio che pochi analisti mainstream stanno osservando con la dovuta attenzione: i flussi di esportazione di oro fisico non monetario dagli Stati Uniti verso la Cina, che secondo diverse analisi indipendenti avrebbero iniziato ad accelerare dall’ultimo trimestre del 2025, in coincidenza con incontri bilaterali tra funzionari dei due paesi.
Se questa lettura fosse corretta, sarebbe esattamente il tipo di movimento che Gromen aveva previsto tempo fa: un sistema in transizione che richiede, prima o poi, un trasferimento reale di oro fisico e non solo di promesse cartacee.
Il grafico FRED condiviso poco fa, conferma che tra il 2025 e il 2026 le esportazioni di oro non monetario dagli USA sono triplicate per arbitraggi degli speculatori, ma soprattutto perché la Cina ha smesso di accumulare "promesse" americane (Titoli di Stato) per esigere garanzie fisiche reali, spostando l’oro negli propri caveau per proteggersi da sanzioni e dal crollo del dollaro.

Due strade, una sola direzione

Come può evolvere questa storia?
Ci sono essenzialmente due scenari, e il punto è che in entrambi l’oro finisce per salire, cambia solo il grado di dolore lungo il percorso.

  • Nel primo scenario, il piano di re-industrializzazione americana fallisce. Il debito continua a crescere senza controllo, la fiducia nel sistema si incrina, e l’ordine finanziario nato nel 1971 si sfalda nel modo peggiore possibile. Quello che storicamente è già successo tra il 1922 e il 1945, un periodo che ha incluso una Grande Depressione, crolli valutari a catena e infine un conflitto globale prima che emergesse un nuovo ordine.
    In questo scenario l’oro va alle stelle per paura pura: quando i sistemi di carta collassano, la gente vuole in mano qualcosa che nessuno può stampare a piacimento.
  • Nel secondo scenario, il piano funziona. Gli Stati Uniti si re-industrializzano gradualmente, il commercio mondiale si ribilancia, e il sistema transita in modo ordinato verso un mondo in cui l’oro torna a essere una riserva neutrale che regola gli scambi tra le grandi economie. Il dollaro si svaluta in modo controllato, l’oro sale, ma più lentamente e con meno traumi collettivi.


È importante essere onesti su un punto: questa è una lettura macroeconomica, non un consiglio di investimento, e nessuno può dire con certezza quale dei due scenari (o quale variante intermedia) si realizzerà davvero.
Ma prima di lanciarti a comprare oro, tieni conto che tutto questo è un processo macro e, se le tesi qui esposte avranno esito positivo, potrebbe richiedere un decennio o più per completarsi, e lungo la strada potrebbero benissimo verificarsi correzioni anche pesanti, del 30 o 40%.

Quello che i prezzi in dollari non ti dicono

C’è un ultimo dato che vale la pena guardare, perché cambia la prospettiva su tutto quello che pensavi di sapere sui tuoi investimenti.
Dal 2018 — dall’inizio della prima guerra commerciale USA-Cina — l’S&P 500 è salito di oltre il 160% misurato in dollari.
Un risultato che sembra straordinario.
Ma misurato in oro, lo stesso indice è sceso di circa il 15%.
Le obbligazioni americane a lunga scadenza, considerate tra gli asset più sicuri al mondo, sono scese di circa il 30% in dollari, ma di quasi l’80% se misurate in oro.
I minatori d’oro, nello stesso periodo, sono saliti di circa il 200%.
Perché ti dico questo?
Perché il numero che vedi sullo schermo, in dollari, racconta solo una parte della storia.
Quando misuri tutto con qualcosa che nessuna banca centrale può stampare a piacimento, la fotografia cambia radicalmente.
Questo non significa liquidare tutto domani mattina e correre a comprare lingotti. Assolutamente no, ed è stupido farlo.
Ma quando le banche centrali di tutto il mondo, cioè le istituzioni con accesso alle informazioni più privilegiate del pianeta, si muovono tutte, in modo persistente, nella stessa direzione, vale la pena almeno chiedersi perché.

La ruota che gira

Nel 2009 la Cina disse al mondo che il sistema basato sul dollaro era rotto e serviva una riserva neutrale. Lo scrisse in un documento ufficiale che quasi nessuno prese sul serio.
Nel 2026 sono gli stessi americani a citare gli stessi economisti e fare gli stessi identici argomenti, quasi parola per parola.
Il codice sorgente del denaro non è mai cambiato davvero, in fondo: chi controlla la riserva di valore del mondo, controlla le regole del gioco.
Per settant’anni quella riserva è stata il dollaro cartaceo.
Ora però la partita per decidere cosa verrà dopo è già in corso, ed è silenziosa, misurata in tonnellate accumulate una dopo l’altra, mese dopo mese, mentre la maggior parte del mondo continua a guardare altrove.
Un abbraccio,
Stefano
Ps. E l’oro non è l’unico tema caldo, perché torna a far parlare di se l’AI, dopo il recente crollo in Corea. Caso isolato o inizio dell’esplosione della bolla? Ne ho parlato qui

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